Ivan Bececco: l’illusione della felicità

di Ivan Bececco, collaboratore Greening USiena

Non sempre la televisione è un mezzo diseducativo. Prendete, ad esempio, la formula del reality show, sbatteteci dentro dei ragazzi nati e cresciuti nei comfort della Gran Bretagna e dirottateli ad Est, verso realtà più drammatiche, dove viene assemblata la maggior parte degli oggetti che comunemente utilizziamo e, allo stesso modo, viene raccolto e confezionato il cibo che finisce sugli scaffali dei nostri supermercati: sono questi gli ingredienti di Blood, Sweat and… (tradotto fantasiosamente in italiano con L’insostenibile leggerezza del prezzo), documentario prodotto dalla BBC e andato in onda dal 2008 al 2010 in tre stagioni, ognuna delle quali dedicata ad una specifica tematica: la prima, Blood, Sweat and T-Shirts, composta da quattro episodi, ha portato sei giovani “consumatori” inglesi nelle fabbriche indiane dove grandi ammassi di pelli bovine vengono stoccate e trattate, destinate ad occupare un posto d’onore nelle boutique d’alta moda. I ragazzi hanno preso parte alle varie attività lavorative, tutte allo stesso modo massacranti e poco salubri, e per un salario giornaliero appena sufficiente a coprire le spese di affitto e cibo, insieme agli altri dipendenti. Alla fine di questa traumatica esperienza viene mostrato come, una volta tornati in patria, la loro consapevolezza verso ciò che gli sta intorno e gli oggetti che prima acquistavano senza pensarci troppo si sia accresciuta, e come tutti, più o meno, abbiano deciso di cambiare una parte delle loro abitudini quotidiane, memori delle disumane condizioni degli operai sottopagati che spesso sono costretti ad abbandonare famiglia e figli per trasferirsi in appartamenti a misura di batterio e lavorare sempre, indeterminatamente, cercando in questo modo di garantire una sussistenza ai loro cari.

Contesti simili, di infinite catene di montaggio umane costrette a tenere la testa bassa per più di dodici ore al giorno, senza double_crop_leather_factoryparlare delle violenze fisiche e psicologiche alle quali vengono spesso soggette, sono quasi la prassi in realtà a noi tanto remote – sia dal punto di vista geografico che culturale – come India, Cina, Vietnam, Cambogia, Tailandia, Indonesia. Non è certo un mistero, tanto per fare un esempio, che uno tra i brand di abbigliamento sportivo più noti in tutto il globo, con una parte dei suoi impianti di lavorazione situati proprio in queste aree geografiche, da decenni si trovi a dover fronteggiare il problema dello sfruttamento degli operai1: in questi ultimi anni le denunce di abusi di ogni genere da parte di dipendenti – ora licenziati oppure protetti dall’anonimato – si susseguono senza sosta, molte delle quali dipingono scenari al limite del grottesco: lavoratori troppo lenti costretti a restare per ore sotto il sole cocente indonesiano (dove sono contati 40 stabilimenti che danno lavoro a più di 150mila operai, in maggioranza donne e bambini2) o peggio ancora mutilati e lasciati a morire in una pozza di sangue. Allo sconcerto nell’apprendere notizie del genere – il caso in esame è solo la punta di un iceberg molto profondo – si sovrappongono, nell’ordine, disgusto, rabbia e persino un pizzico di rassegnata ironia: qual è lo scopo di questo assurdo abominio? Per noi consumatori, giusto un paio di scarpe e qualche vestito.

Sull’altro piatto della bilancia c’è la parte sinistra del planisfero terrestre, quella buona, rassicurante, opulenta; la parte che gli altri, sulla destra, cercano disperatamente di eguagliare, in barba alla devastazione che viene ogni giorno apportata ad ambienti naturali ed ecosistemi e ai continui soprusi che i lavoratori delle fasce a più basso (o forse bisognerebbe dire inesistente) reddito devono subire.

Noi, appartenenti alla cosiddetta “società sviluppata”, quasi mai consapevoli della provenienza e del costo, in termini di fatica ed hong-kongenergie, degli oggetti che possediamo, indossiamo, desideriamo, siamo spesso nei pensieri dei molti clandestini che, dalle sponde dell’Africa mediterranea, si spingono verso l’Italia, la Francia o la Germania in cerca di fortuna, perpetuando dentro di sé lo stereotipo del “sogno occidentale” allo stesso modo in cui gli europei, nei primi decenni del XX secolo, guardavano con ammirazione al nuovo mito americano: inutile dire che questa grandiosa utopia non potrebbe essere più distorta dalla realtà. Molti di quegli immigrati rincorrono un destino ben più tragico, quello, cioè, di diventare la manodopera a basso costo che ci garantirà nuove strade e palazzi sempre più vertiginosi, oppure quegli stessi oggetti che desideriamo e ci fanno gridare alla bellezza del progresso.

E, mentre il miracolo della post-modernità hi-tech e cementificata continua, nonostante tutto, a sedurci, i dati dell’American Health Association relativi all’obesità giovanile sono sempre più drammatici: più del 30% dei nordamericani in una fascia di età compresa tra i 2 e i 19, infatti, risultano in sovrappeso3. Disturbi alimentari, stress precoce, alienazione sono tra le problematiche più diffuse in quelle stesse società che fanno i mercati e impongono un modello economico da tutti seguito e accettato alla stregua NDDdi una religione. In un’epoca dove la felicità coincide sempre di più con il possesso (anzi, più che con il possesso in sé con la possibilità infinita di acquistare e consumare), concetto propagandato ovunque da genitori e scuole come fosse la cosa più naturale del mondo (d’altronde chi non sarebbe contento di vedere i propri figli al vertice della piramide sociale?), nel 2005 è stata teorizzata dal giornalista statunitense Richard Louv una nuova sindrome che colpisce proprio i bambini, ossia il Nature Deficit Disorder (NDD)4, 5, che nonostante sia stato contestato nelle sue metodologie6 fornisce un quadro molto lucido delle conseguenze del vivere in ambienti urbani sempre più vasti e poveri di spazi verdi: mancanza di percezione e progressiva perdita di contatto con la natura, abuso di strumenti elettronici, obesità, maggiore inclinazione agli stati di ansia. In altre parole, se già adesso i bambini nati e cresciuti in città spesso non sanno cosa sia una mucca o un pomodoro, e allo stesso modo ignorano che forma possa avere il pollo che riconoscono unicamente attraverso le crocchette da fast-food, in un futuro meno distopico di quanto si creda le cose potrebbero andare anche peggio.

In ogni caso, statistiche e previsioni a parte, è indubbio che il primo passo da fare per invertire la rotta e scoprire la vera felicità, che non possiamo più far coincidere a cuor leggero con un consumo indiscriminato ma che coinvolge i nostri sensi e la nostra intima connessione con la natura da cui tutta la materia, vivente e non, proviene, consiste in una profonda rivoluzione spirituale. Al di là delle prevedibili conseguenze alle quali potremo andare incontro se non cominceremo a riconsiderare al ribasso la nostra impronta ecologica, sarà anche la qualità della nostra vita interiore a risentirne. L’esperimento capitalista, oltre ad essere ormai obsoleto, si è rivelato del tutto fallimentare, ed è per questa ragione che la vera sfida del futuro sarà – come ha brillantemente sottolineato Alison Singer in un articolo per il Worldwatch Institute7 – abbattere ogni tendenza palliativa al cosiddetto “consumo sostenibile” che ai nostri giorni sembra andare per la maggiore (in realtà quasi un ossimoro, a pensarci bene), cercare piuttosto di consumare di meno ma soprattutto affrontare collettivamente un problema che riguarda sì il singolo individuo e la sua coscienza ecologica (concetto sul quale le corporations tendono ad insistere più che volentieri), ma sempre come parte di una comunità che si preoccupa per il futuro suo e delle generazioni che verranno.

__________

NOTE:

[1] http://www.dailymail.co.uk/news/article-2014325/Nike-workers-kicked-slapped-verbally-abused-factories-making-Converse-line-Indonesia.html

[2] http://www.themaneater.com/stories/2013/2/8/nike-deserves-reprimand-inhumane-working-condition/

[3] http://www.heart.org/HEARTORG/GettingHealthy/Overweight-in-Children_UCM_304054_Article.jsp

[4] http://www.thedailygreen.com/living-green/definitions/nature-deficit-disorder

[5] http://richardlouv.com/

[6] http://academia.edu/3603381/The_misdiagnosis_Rethinking_nature-deficit_disorder_2013_

[7] http://blogs.worldwatch.org/sustainabilitypossible/sustainable-consumption-myths/?goback=.gde_146958_member_221424425

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