Rifiuti: una risorsa ‘scomoda’ da valorizzare

Riceviamo e pubblichiamo un contributo inviatoci dal nostro collaboratore Ivan Bececco.

di Ivan Bececco, collaboratore Greening USiena

La produzione (e soprattutto il consumo) dei rifiuti è un problema chiave del nostro modello di sviluppo1, che diventa sempre più complesso man mano che la popolazione mondiale aumenta: se teniamo conto che, nel 2010, solo in Italia la raccolta di rifiuti urbani è risultata pari a 609,5 kg annui pro capite2, diviene immediatamente chiara la necessità di trovare un corretto sistema di gestione e smaltimento della ‘spazzatura’, per gravare il meno possibile sugli ecosistemi che ospitano la nostra crescita in verticale e, soprattutto, perché le risorse a disposizione sulla Terra non sono infinite, e i nostri ritmi di consumo si fanno di anno in anno sempre più aggressivi (ricordiamo che l’Earth Overshoot Day, ossia il giorno in cui le risorse consumate dall’umanità superano le capacità del nostro pianeta di generare tali risorse nell’anno solare in corso, lo scorso anno è caduto il 22 agosto; dunque per i successivi quattro mesi siamo andati incontro ad un debito ecologico).

Ma in una società cosiddetta “civile” il rifiuto – che, giuridicamente, è definito «qualsiasi sostanza od oggetto (…) di cui il detentore si 300px-District_heating_plant_spittelau_ssw_crop1disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi» – non è più considerato tale da molto tempo ormai, bensì una risorsa altamente valorizzata perché parte integrante di un sistema circolare: uno dei casi più eclatanti (che di certo sembrerà paradossale agli occhi di un italiano) è forse quello della Svezia, costretta ad importare rifiuti dalla vicina Norvegia per sopperire alla quasi totale mancanza di spazzatura da smaltire nei suoi termovalorizzatori di ultima generazione, che coprono il 20% circa del fabbisogno energetico nazionale. Le ceneri così prodotte, altamente tossiche poiché contengono elevati valori di diossina, vengono rispedite in Norvegia che si occuperà – e possiamo credere che lo farà con la massima efficienza, considerato il senso civico dei suoi abitanti – di allocarle in discarica. Una collaborazione fruttuosa per entrambe le parti: da un lato, appunto, la Svezia paradossalmente troppo virtuosa (solo il 4% circa dei rifiuti finisce in discarica a fronte delle 80mila tonnellate importate ogni anno), al punto di doversi servire della spazzatura di altri paesi; dall’altro la Norvegia che viene pagata per consegnare i propri rifiuti in eccesso3.

Una volta venuti a conoscenza di realtà lontane anni luce dalla nostra, dove il 50% dei rifiuti solidi urbani – Municipal Solid Waste; MSW – finisce in discarica e la maggior parte degli inceneritori, nonostante ce ne siano ben 52 sul suolo nazionale (senza contare quelli prossimi all’avviamento, come nel recentissimo caso di Parma) sono in grado di trattarne solo il 5-10% a fronte del 40% circa del resto d’Europaè naturale restare quantomeno sconcertati se si pensa che da noi stenta a decollare persino la raccolta differenziata: 31,7% la media nazionale, pur con alcune eccezioni positive (per citare un esempio, il comune di Salerno arriva a riciclare il 71% dei propri rifiuti)1.

Come incentivare un comportamento più virtuoso? Esiste un ampio ventaglio di soluzioni. Tornando alla Norvegia, il 27 luglio 2011 destò un certo clamore la pubblicazione su YouTube di un video in cui tre ragazzi napoletani mostravano il funzionamento di una sortarecycling-machine di raccoglitore di spazzatura, non più grande di un qualsiasi distributore automatico: i rifiuti in plastica, vetro e alluminio transitano in un nastro trasportatore mentre un display mostra la quantità di bottiglie e lattine riciclate, in base alla quale viene rilasciato uno scontrino che consente di ottenere un certo sconto sulla spesa al supermercato. In altri casi lo scontrino serve ad ottenere la restituzione della cauzione versata all’acquisto di bottiglie di vetro e contenitori in plastica: il vuoto a rendere, infatti, negli ultimi anni ha preso notevolmente piede in Nord Europa e, per la verità, si sta riscoprendo anche in molti comuni dello Stivale grazie alla vendita “alla spina” di beni liquidi. Negli anni ’60 era consuetudine restituire le bottiglie di vetro vuote (la cui realizzazione comportava un costo notevole), che dopo essere state igienizziate venivano reimmesse sul mercato (il vetro è un materiale durevole: può essere sottoposto a sterilizzazione fino a 50 volte prima di essere interamente riciclato). Oggi, proprio in Italia, è possibile prendere a modello alcune realtà locali che, attraverso vari escamotage, sono riuscite a portare a livelli eccellenti la percentuale di differenziazione dei rifiuti. Due esempi emblematici: il primo è quello di Capannori, nel lucchese, dove dal 2005, accanto ad un puntuale servizio di raccolta porta a porta, gli abitanti dispongono di una tessera magnetica sulla quale vengono conteggiati i “punti riciclo”: raggiunti i 500 il comune elargisce un assegno da 20 euro, che in sostanza significa una spesa gratis. Dal 1° aprile 2010 a Passo Corese e Fara Sabina (RM) è attivo un servizio più o meno analogo: i cittadini dispongono di una scheda personalizzata da caricare presso i punti di raccolta dei rifiuti; in questo modo viene maturato un bonus economico che sarà automaticamente detratto dall’importo annuale TARSU (imposta sui rifiuti solidi urbani)5.

Sotto questo punto di vista è molto facile riconsiderare il rifiuto e dargli un valore, non solo morale ma anche – e soprattutto – economico: non si tratta, come abbiamo visto, di provvedimenti rivoluzionari, ma di piccoli accorgimenti per cominciare a ridurre il devastante impatto delle discariche (abusive e non) nonché la quantità di spazzatura che entra in circolo nei termovalorizzatori; perché se è vero che gli inceneritori sono molto meno inquinanti, è altrettanto vero che non è possibile stabilire una soglia minima di sicurezza per le diossine rilasciate dalla combustione delle ecoballe. Si possono comunque abbattere i fattori inquinanti attraverso lo smaltimento corretto dei rifiuti e l’applicazione di filtri (equalizzazione, condizionamento chimico ecc.) per depurare le acque di scarico: non a caso sorgono termovalorizzatori alle porte di numerose capitali europee. Tuttavia, data la complessità di quest’ultimo punto, e poiché la comunità scientifica non si è ancora espressa unilateralmente, mi riservo di approfondire la questione nel prossimo articolo, analizzando i pro e i contro degli waste-to-energy.

Anche la tecnologia può fornire un contributo determinante (sebbene – giova ricordarlo – non si possa in nessun caso prescindere dalla raccolta differenziata, che deve coinvolgere attivamente ciascuno di noi): è tutto italiano, ad esempio, il progetto di alcuni ragazzi dell’Itis di Manerbio (BS) che, coordinati dal professor Alessandro Tomasini, nel 2011 – riprendendo il concept di un impianto già lavaggio_rifiutiteorizzato negli anni ’30 – hanno messo appunto un sistema automatizzato per separare i rifiuti, che sfrutta la conduttività di materiali quali rame e ferro che vengono “catturati” da potenti magneti e automaticamente separati dai non conduttori (vetro, plastica); il tutto in una macchina di dimensioni irrisorie, poco più di 1 metro per 70 centimetri. «Le applicazioni sono molteplici – ha spiegato il professore in un’intervista al Giornale di Brescia6, 7– si va dal recupero dei metalli presenti nei rifiuti ai processi industriali di separazione dei metalli provenienti da diverse lavorazioni». Un prototipo molto interessante, anche se il sistema dei magneti è già ampiamente sfruttato nei moderni impianti di smaltimento, che consentono di recuperare parti metalliche più o meno grandi, mentre i frammenti di piccole dimensioni vengono raccolti attraverso un meccanismo di filtraggio automatico. Un altro metodo piuttosto diffuso prevede una serie di “lavaggi” dei rifiuti che, una volta epurati, si separano in base alla differenza di peso specifico, e possono essere quindi recuperati.

È importante, dunque, prendere coscienza di una questione tanto palese quanto complessa, che prevede innanzitutto una rieducazione al concetto stesso di “rifiuto” (da oggetto di scarto, come abbiamo visto, a potenziale fonte di guadagno) con la collaborazione delle istituzioni, le quali troppo spesso si sono rivelate – e si rivelano tuttora – negligenti nell’imporre il giusto standard di civiltà: anche se le normative ci sono e sono molto chiare (vedi il decreto Ronchi del febbraio ’97), ciò che appunto manca è un po’ di sano “umanesimo ecologico”, la consapevolezza di un problema che riguarda tutti ma che ancora non sembra essere stato recepito a sufficienza (basti pensare che il Centro e il Sud Italia viaggiano ancora, salvo casi locali, ben al di sotto del 30% di differenziazione). Da grandi inventori di macchine quali siamo, e siamo sempre stati – proprio l’Italia è una culla di pionieri in questo senso – non possiamo restare inermi a contemplare il tragico spettacolo di discariche abusive ed ecomostri spesso e volentieri inefficienti: dobbiamo impegnarci tutti per non dover più guardare con stupore a fenomeni, come quello norvegese, che altrove rappresentano la semplice normalità.

_______________

1) Sergio Cervo su ASPII.it, http://bit.ly/WVTS8h
2) ISTAT, http://www.istat.it/it/archivio/raccolta+differenziata
3) Dailye,  http://bit.ly/ZBAUpc
4) Intervista a Pasquale de Stefanis su Scarlino Energia, http://bit.ly/Y3OEHP (pag.8)
5) YesLife.it, http://bit.ly/yqQnDF
6) GiornalediBrescia.it, http://bit.ly/13NBjtX5
7) Itis Pascal di Manerbio, http://bit.ly/Y8M4CG

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