Intervista a Daniel Pauly (Parte I)

Il Professor Daniel Pauly è un biologo marino di fama mondiale, conosciuto e apprezzato per il suo lavoro di ricerca sulle riserve ittiche, teso in particolare ad esaminare l’impatto delle attività umane sulle stesse. E’ direttore del Sea Around Us Project presso la University of British Columbia, ha lanciato negli anni alcuni programmi importantissimi per la conservazione e la conoscenza dello stato degli stocks, quali ELEFAN e FishBase, e soprattutto è uno dei maggiori esperti di overfishing, problematica che per primo ha portato all’attenzione globale negli anni novanta. E’ autore di svariati volumi e più di 500 pubblicazioni scientifiche, nonchè vincitore di numerosi premi per il suo lavoro di protezione degli ecosistemi marini (un posto nello ‘Scientific American 50‘ nel 2003, l’ International Cosmos Prize nel 2005, il Volvo Environment Prize nel 2006, l’ Excellence in Ecology Prize ed il Ted Danson Ocean Hero Award nel 2007, e infine il Ramon Margalef Prize in Ecology and Environmental Sciences nel 2008); appare inoltre come figura chiave nel meraviglioso documentario ‘The end of the Line‘. Il New York Times lo ha definito un ‘iconoclasta’, per la sua autonomia di pensiero e intraprendenza nella lotta alla sovrapesca. Sono orgoglioso di essere riuscito ad intrattenere con lui in dialogo sullo stato dei nostri mari, che pubblicherò in due parti qui sul blog.

Per cominciare, può spiegare ai lettori l’importanza della fisheries science (termine che potremmo tradurre con scienza alieutica, ma che in realtà abbraccia molti aspetti della gestione delle risorse del mare, e comprende biologia ed ecologia marine, dinamica delle popolazioni, conservazione della natura) nell’analisi e nel mantenimento degli stocks ittici? Cosa può fare la legge e cosa può fare invece la scienza, per contrastare l’overfishing?

I nostri oceani sono stati le vittime di quello che ho definito un ‘gigantesco schema Ponzi‘. Fin dagli anni cinquanta, da quando cioè le loro operazioni hanno iniziato a subire gli effetti di una crescente industrializzazione (pensiamo agli strumenti GPS, ai rilevatori acustici di banchi di pesce, all’installazione di meccanismi di congelamento a bordo delle navi), le flotte di pesca hanno portato rapidamente al collasso gli stock di merluzzo, nasello, halibut, platessa, sogliola nell’Emisfero Boreale. Quando le riserve erano ormai esaurite, i pescatori si sono spostati a Sud, depredando nel frattempo le acque costiere dei paesi poveri, e alla fine hanno raggiunto perfino i Mari Antartici, alla ricerca di Cannictidi e pesci dei ghiacci (rockcods), nonché di krill. Nello stesso tempo, man mano che gli stocks costieri raggiungevano la soglia di criticità, i pescherecci si spingevano verso le profondità marine, e mentre scomparivano i pesci più grandi, l’industria iniziava a catturare specie più piccole e ‘brutte’, specie mai considerate adatte fino a quel momento per il consumo umano.

Le dimensioni di questa ‘truffa finanziaria’ ai danni del mare sono sfuggite agli scienziati governativi per tutti questi anni: da molto tempo, ovviamente, si studia la popolazione ittica sulla quale si basa la pesca, ma i laboratori si sono sempre focalizzati solamente sulle specie presenti all’interno delle acque territoriali delle singole nazioni, e coloro che hanno condotto ricerche su un particolare stock hanno sempre comunicato solo con gli scienziati stranieri che nel frattempo stavano analizzando il medesimo stock. In questo modo, non si è notato che le specie più diffuse essenzialmente si rimpiazzavano a vicenda nel volume delle catture. Soltanto a partire dagli anni novanta, un numero crescente di pubblicazioni scientifiche hanno iniziato a dimostrare che ciò che stava accadendo a livello locale, avveniva nello stesso momento a livello globale, e che era divenuto necessario attenuare lo sfruttamento eccessivo. Tuttavia, queste affermazioni hanno causato fin dall’inizio dure controversie tra gli ecologi marini e i fisheries scientists: i primi si sono sempre preoccupati della biodiversità a rischio, e quindi hanno sempre lavorato con le organizzazioni non governative, mentre i secondi tradizionalmente svolgono attività di consulenza per il settore della pesca o per le agenzie governative, ed il loro obiettivo è quindi quello di proteggere l’industria ittica e le persone che vi sono impiegate.

Tuttavia, anche costoro hanno dovuto rassegnarsi di fronte alla limpida evidenza del declino degli stocks, soprattutto dal momento che anche costoro vogliono in linea di principio che ci sia più pesce nel mare. Dunque adesso la sfida è tra la comunità, l’opinione pubblica, che possiede (o dovrebbe possedere) le risorse del mare, e l’industria della pesca: dobbiamo convincere quest’ultima a prendere meno pesce e far così riprendere le popolazioni ittiche. La scienza ha suonato l’allarme: adesso l’intervento dei governi è necessario. Di fatto, i governi sono le uniche entità che possono prevenire la fine del pesce. Innanzitutto perchè, una volta liberati dalla connivenza con l’industria ittica, sono gli unici organismi con una infrastruttura di ricerca capace di gestire gli stock: in particolare, le agenzie regolatrici devono imporre quote sull’ammontare di pesce catturato per ogni singolo anno, e il modo in cui devono strutturare queste quote è molto importante (ad esempio, semplicemente stabilire un volume massimo di cattura per tutta la flotta nazionale equivale a consentire una battaglia tra pescherecci per prendere tutto il pesce possibile prima che lo facciano gli altri, con una offerta eccessiva sul mercato nel breve periodo e conseguente calo dei prezzi; per contro, assegnare dei diritti di pesca, limitando il numero di pescatori e garantendo a tutti una frazione della quota totale porta ad un minore sforzo di pesca e dunque profitti maggiori). In secondo luogo, perchè sono quelli che elargiscono sussidi all’industria. Infine, perchè solo loro possono gestire le acque territoriali, identificando certe aree in cui proibire la pesca.

Il blog si è occupato della politica aggressiva dell’Unione Europea volta alla stipulazione di accordi di pesca con i paesi africani, le cui conseguenze si rivelano ogni anno di più catastrofiche a livello ambientale ma anche sociale. Adesso la questione è globale, con l’espansione di tali patti verso le acque del Pacifico Meridionale: qual è la ragione di questa nuova direzione, forse il fatto che ormai le acque atlantiche sono al collasso? Quali possono esserne gli effetti?

La ragione principale dell’espansione continua della flotta dell’Unione Europea attraverso i mari del mondo è la crescente domanda di pesce sul mercato interno. Tale incremento costante e drammatico non può essere soddisfatto dagli stocks degli stati membri, che sono in declino ormai da diversi anni, e questa situazione ha portato l’Unione a perseguire, e concludere, la lunga serie di accordi che tutti conoscono: da una parte essi forniscono ai paesi europei quella fonte conveniente di pesce che a questi ultimi manca (nonostante ci siano legittimi dubbi sull’adeguatezza delle compensazioni offerte ai paesi che vengono spinti a contrattare), dall’altra consentono ai pescherecci comunitari di operare in aree meno danneggiate. Dal 2001 al 2005, circa il 30% (o 8.8 milioni di tonnellate) del pesce sbarcato dalle flotte europee proveniva da acque territoriali esterne all’Unione stessa. I paesi dell’Africa Occidentale sono stati i primi a provare sulla loro pelle gli effetti di questa politica, sia a causa della vicinanza geografica che dei loro legami storici con le potenze coloniali (la Convenzione di Lomè fornisce una piattaforma programmatica per un trattamento preferenziale degli scambi con le antiche colonie). Durante il decennio passato, tuttavia, l’Europa ha incrementato anche la sua presenza in acque lontane, con accordi tesi a vincolare Stati dell’Africa Orientale e del Pacifico Meridionale. In generale, il volume delle catture nel settore della pesce è sempre stato trainato dallo sfruttamento sequenziale di nuovi territori di pesca, destinati a rimpiazzare quelli ormai collassati.

Si deve ricordare poi che questi accordi non rappresentano l’unico pericolo arrecato dall’Unione Europea alle riserve mondiali: per avere un quadro completo, dobbiamo pensare al ruolo giocato dal commercio mondiale. Di fatto, si stima che l’Unione ogni anni importi oltre 9.5 milioni di tonnellate di pescato, che proviene dalla maggior parte delle acque più pescose del mondo, dal Sud America al Sud Africa e persino dal Mar Cinese Meridionale. E’ facile capire quanto questa pratica possa essere devastante, specialmente se pensiamo che gli altri due grandi mercati mondiali (Giappone e Stati Uniti) sono anch’essi coinvolti in alcune di queste aree (ad esempio nel Sud del Pacifico): come risultato, i paesi in via di sviluppo sperimentano una pesca intensiva (e finanche distruttiva ed illegale), e vedono la propria sicurezza alimentare messa a rischio.

La FAO è l’unico organismo a svolgere un monitoraggio costante della situazione globale delle riserve ittiche (con i rapporti SOFIA) ed ha spesso alzato la voce sui rischi della crisi in atto. Tuttavia i suoi dati tendono spesso a sottostimare aspetti importanti quali le catture non regolari. Come si spiega questo fatto?

Hai ragione. Si tratta di qualcosa che la FAO dovrebbe affrontare il prima possibile. Il suo lavoro sulle attività di pesca mondiali è positivo, insostituibile e deve essere rafforzato: l’organizzazione non solo ha creato l’unico database globale delle catture, ma lo ha anche fatto analizzare dai propri esperti, con il risultato di formare uno staff che possiede un quadro generale della pesca, a differenza degli scienziati locali. Tuttavia, questo potrebbe aver portato ad una certa chiusura nei confronti dei tentativi di altri, volti ad interpretare gli stessi dati. Ciò che deve essere riconsiderato, innanzitutto, è il concetto per cui i report SOFIAs rappresentano ‘lo‘ stato delle riserve mondiali, piuttosto che una delle tante possibili interpretazioni di esso. Ad esempio, nel 2010 la FAO ha notato che la produzione di pesce nel periodo 2005-2008 si era mantenuta su livelli stabili, suggerendo appunto parola ‘stabilità‘ per descrivere la situazione, quando in realtà un volume di cattura in stato di stagnazione a fronte di uno sforzo di pesca sempre maggiore può indicare solamente una forte diminuzione della biomassa.

Esaminando il quadro generale, in ogni caso, i problemi più importanti da affrontare in riferimento ai report SOFIA, sono rappresentati dalla qualità decrescente dei dati inviati dai paesi poveri, nonché l’anomalia cinese. Nel primo caso, mezzi insufficienti e assenza di controllo portano ad un volume di cattura fortemente arrotondato per difetto, il quale potrebbe facilmente nascondere un declino degli stocks dovuto all’overfishing ed alla pesca illegale. Nel secondo caso, la Cina sembra aver arrotondato per eccesso i propri sbarchi per anni, come suggerito da molti esperti che notano come le catture siano ancora irrealisticamente elevate. Ciò è molto pericoloso, perchè se includiamo i dati cinesi nel dato mondiale, il volume di pesce è ancor in aumento, mentre se li escludiamo notiamo i segni del declino. Nel caso cinese, non può essere utile fermarsi ad ordinare una correzione dei dati, come ha fatto la FAO: ciò che deve essere intrapreso è invece un lavoro a stretto contatto con le autorità cinesi, al fine di stabilire un meccanismo di indagine più stratificato ed affidabile che impedisca di inviare dati non realistici.

Quali vantaggi potrebbero derivare dal fatto presentare la questione ‘overfishing’ non solo come un problema ambientale ma anche come un problema morale, focalizzandosi su aspetti quali diritti degli animali e importanza della biodiversità?

In verità, non ho ancora rivolto sufficiente attenzione al problema. In generale, tuttavia, un crescente numero di consumatori ad oggi vuole mangiare i prodotti del mare senza sentirsi colpevole. Questo ha portato alla creazione del MSC, il cui obiettivo è attestare le attività di pesca sostenibili e che è divenuto il principale certificatore mondiale. In ogni caso, non mancano dubbi di intensità sempre maggiore verso la sua opera (per informazioni ulteriori, leggi qui: Seafood Stewardship in Crisisndr): io credo che gli incentivi del mercato abbiano allontanato il modello di certificazione dal suo obiettivo originale, incoraggiando il riconoscimento del marchio MSC ad operazioni di vaste dimensioni, caratterizzate dall’utilizzo di ingenti capitali, mentre allo stesso tempo rendevano poco conveniente supportare le piccole imprese che si servono di tecniche molto selettive e di basso impatto. In altre parole, la preoccupazione dei consumatori per l’origine del pesce e per la biodiversità non si è automaticamente concretizzata nella diffusione di prodotti ittici sostenibili, a causa dell’interpretazione troppo libera delle regole e degli incentivi finanziari per la certificazione di grandi attività.

L’appuntamento è per domani per la seconda parte dell’intervista. Il mio ringraziamento però va subito alla disponibilità ed alla grande competenza del professor Pauly. Credo che il confronto con persone del suo calibro sia imprescindibile per poter anche solo pensare di risolvere le crisi ambientali di ogni tipo che minacciano la biodiversità e la vita sul nostro pianeta.

Dario Piselli, Coordinatore

(Post tratto da dpiselli.wordpress.com)

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P.S. Per quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di prodotti ittici, è altamente consigliato visitare il sito del progetto Fish2Fork.

Inoltre, per un esame ulteriore degli argomenti trattati, qui sotto sono a disposizione alcune pubblicazioni del professor Pauly:

Aquacalypse Now – The New Republic, 07/10/2009

Sourcing seafood for the three major markets: The EU, Japan and the USA – Marine Policy, June 2010

Comments on FAO’s State of Fisheries and Aquaculture, or ‘SOFIA 2010’ – Marine Policy, October 2011

 

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