Intervista a Daniel Pauly (parte II)

Di recente ho pubblicato qui su Greening USiena la prima parte del mio dialogo con il professor Daniel Pauly. Qui sotto trovate la seconda metà dell’intervista, nonchè documenti utili per quanti volessero approfondire la materia. Per concludere, devo riconoscere che mi è stata concessa una grande opportunità di confronto; la possibilità di avere a che fare con una delle persone più stimate nel panorama dell’ecologia mondiale è stata per me profonda fonte di ispirazione, così come spero rappresenti un momento di riflessione e  un incentivo all’azione anche per tutti i visitatori. Buona lettura!

Mr.Pauly, Lei si è speso in maniera decisa affinchè fosse riconosciuto che la creazione di riserve marine rappresenta l’unica via efficiente per consentire alle specie ittiche di ripopolare i mari ed evitare il loro declino. Se la loro estensione è ancora limitata nelle nazioni sviluppate, cosa può essere fatto per promuovere la loro creazione nei paesi poveri? Come affrontare il problema delle specie migratorie?

Gli attuali target globali di protezione dell’ambiente marino mirano a salvaguardare il 10/30% degli habitat di acqua salata entro i prossimi 3-5 anni. Tuttavia, questi obiettivi sono stati adottati senza una preventiva analisi in merito alla loro effettiva realizzabilità, e soprattutto senza una anteriore conoscenza dei dati sulle aree protette. Sono stato io, insieme ad altri colleghi, a presentare per primo un accertamento globale sullo stato delle MPAs, nonché ad affermare che il ritmo della loro creazione stava andando troppo a rilento per fare la differenza. I nostri studi hanno confermato le preoccupazioni circa la rilevanza e l’utilità di obiettivi globali di conservazione, ma al tempo stesso hanno evidenziato il bisogno di un immediato e rapido aumento nell’estensione delle aree protette. La loro distribuzione è ineguale, e solo la metà di esse fa parte di un network coerentemente integrato. Per migliorare questa situazione, dobbiamo lavorare su più livelli. Per salvaguardare le specie stanziali, è necessario predisporre un numero maggiore di aree di piccole dimensioni: infatti, una MPA di grosse dimensioni è inutile se creata senza l’applicazione sistematica di moderni strumenti di conservazione e dei principi che sovrintendono al design di tali zone. Certamente, questo non vuol dire che dobbiamo crearne solamente di piccole dimensioni: ad oggi, tra il 20% e il 46% delle acque protette nel mondo sono situate in aree isolate, e potrebbero dunque non essere efficaci per affrontare il problema delle specie migratorie, o alle specie che sono parte di un network globale (cui dobbiamo aggiungere le migrazioni causate dai cambiamenti climatici). Le riserve di grandi dimensioni sono necessarie per fare una reale differenza, e soprattutto la loro creazione è più conveniente nel rapporto costi/benefici, seguendo il concetto delle economie di scala (vedi il documento: Understanding the cost of establishing MPAs).

Per rispondere alla tua prima domanda, in questo momento la maggior parte dei fondi destinati alle aree protette situate all’interno delle aree economiche esclusive di paesi sviluppati viene da agenzie governative che operano a livello nazionale, mentre i paesi in via di sviluppo dipendono da fondi stanziati da agenzie straniere e/o agenzie locali (senza considerare le donazioni e il volontariato): in entrambi i casi, ad essere fondamentale è la volontà politica.

Molti vedono nell’acquacoltura la possibile soluzione della crisi degli stocks ittici. Il mio modesto parere è che essa rappresenti invece un rischio per la biodiversità ed una crescente fonte di inquinamento (lasciando da parte la questione morale relativa all’allevamento). Qual è la sua opinione in merito?

Inizialmente, l’acquacoltura potrebbe diminuire davvero la nostra dipendenza dal pesce selvaggio, e mitigare l’ormai prossimo declino. Tuttavia, il termine ‘acquacoltura‘ può riferirsi a due pratiche fondamentalmente differenti tra di loro: la prima riguarda bivalvi, come ostriche e cozze, o pesci di acqua dolce quali carpa e tilapia, l’altra indica invece l’allevamento di specie carnivore quali salmone e spigola e, in maniera sempre maggiore, l’ingrasso del tonno selvaggio ridotto in cattività. Il primo tipo di acquacoltura utilizza piante e plancton per generare un accrescimento netto dell’offerta di prodotti ittici, ed è praticata principalmente nei paesi in via di sviluppo, con il risultato di garantire un apporto di proteine animali economiche laddove più ce n’è bisogno. La seconda operazione, viceversa, ha bisogno di una fornitura costante di piccoli pesci che vengono usati come cibo per quelli allevati. Di conseguenza, c’è una perdita netta nell’offerta totale di pescato, e la pressione sugli stocks selvaggi aumenta invece che diminuire. In conclusione, più alleviamo specie carnivore, meno potremo comprare e mangiare pesce a buon mercato (sardine, acciughe, aringhe, sgombri).

Gli esperti hanno una differente visione dei sussidi all’industria della pesca, e Lei ha chiesto la fine di questa pratica. Certamente, essi garantiscono un vantaggio per le flotte dei paesi ricchi, ma secondo il mio parere in un certo modo anche il libero commercio è colpevole della crisi, perchè la crescente domanda occidentale influenzerà sempre il mercato. Inoltre, potrebbe l’abolizione dei sussidi portare ad una pesca IUU (illegale, non documentata e non regolata) ancora più aggressiva? Non sarebbe migliore incoraggiare un piano di sussidi modesti, orientati alla sostenibilità, ed investire il denaro risparmiato nella trasparenza e nella sorveglianza?

Tutti gli esperti sono concordi sul fatto che i sussidi che aumentano la capacità di pesca (di qui in avanti, capacity-enhancing) sono intrinsecamente sbagliati, e sfortunatamente la maggior parte (solitamente circa il 60% del totale mondiale, che nel 2003 è stato di 30 miliardi di dollari) dei trasferimenti diretti al settore ittico è di questo tipo, con i sussidi per il carburante che rappresentano il 15-30% del totale. Perfino i summit del WTO hanno riaffermato la stretta interrelazione tra sussidi, sovracapacità e sovrapesca. Nonostante ciò, gli aiuti diretti a promuovere la conservazione e la gestione delle risorse sono considerati da più parti come necessari.

Rashid Sumaila ha classificato i sussidi in base al loro potenziale impatto sulla sostenibilità delle risorse ittiche, dividendoli in ‘benefici’, ‘capacity-enhancing‘ (come programmi che prevedono prestiti a tasso agevolato per la costruzione di navi, esenzioni fiscali e accordi di accesso ad acque straniere) e ‘di effetto dubbio’. Dovrebbero essere permessi solo i sussidi che favoriscono la crescita degli stock attraverso la conservazione e il monitoraggio delle catture attraverso controllo e sorveglianza. Soprattutto, dobbiamo fare attenzione alle misure dubbie, come i programmi di assistenza ai pescatori, i programmi di sviluppo delle aree rurali e il riacquisto dei pescherecci: tali misure sembrano giustificate per i loro obiettivi di welfare, ma tendono ad avere effetto opposto sulle riserve, perchè solitamente incoraggiano i pescatori a rimanere nel settore invece di diversificare, ad esempio permettendo loro di comprare battelli più efficienti ed innalzando artificialmente il costo del pesce. Il riacquisto, inoltre, rischia di avere un effetto ‘ricaduta’ quando gli stessi pescherecci dismessi vengono venduti ad altri paesi. In conclusione, è necessario assicurarsi che questi programmi siano indirizzati allo sviluppo delle comunità costiere in modi che non hanno un impatto, o che lo hanno positivo, sulle riserve (ad esempio, la garanzia di impieghi in progetti di conservazione e ripopolamento).

Non deve essere ulteriormente ribadito che i sussidi che aumentano la capacità di pesca vanno aboliti il prima possibile.

Per concludere, Lei è riconosciuto come uno dei primi biologi ad affrontare la sovrapesca da una prospettiva globale. Nella sua opinione, tale punto di vista è importante per risolvere il problema oppure solo come modo di aumentare la conoscenza della comunità mondiale su di esso? In un periodo di relazioni internazionali poco propense al dialogo, non Le pare più conveniente iniziare ad agire localmente, mentre allo stesso tempo si cerca di costruire qualcosa su scala più ampia?

La situazione della pesca è simile alla crisi finanziaria, dal momento che come questa non è stata causata dal fallimento di una singola banca, bensì dal fallimento dell’intero sistema bancario. E’ importante realizzare che, mentre per molte nazioni occidentali la fine del pesce può sembrare semplicemente un problema culinario, per 400 milioni di persone nei paesi in via di sviluppo i prodotti ittici  rappresentano la fonte primaria di proteine animali, così come uno dei maggiori mezzi di sostentamento. Inoltre, la fine del pesce distruggerebbe l’intero ecosistema marino, ad un livello che stiamo iniziando solo adesso a comprendere: la rimozione dei predatori di vertice dalla catena alimentare avrà un effetto domino, che porterà all’aumento di meduse ed altre specie di zooplankton gelatinoso, e questo processo peggiorerà ancora in considerazione del fatto che gli oceani si scalderanno e acidificheranno a causa dei cambiamenti climatici. E’ essenziale preservare il maggior numero possibile di specie, così che quelle che riusciranno ad adattarsi saranno messe in condizioni di evolversi e propagarsi, senza considerare il fatto che gli studi più recenti dimostrano che una maggiore biomassa ittica potrebbe aiutare ad attenuare l’acidificazione stessa degli oceani. Così, mentre la pressione delle organizzazioni non governative e degli scienziati è necessaria per diffondere la consapevolezza del problema, i governi devono agire, e devono farlo sia a livello globale che a livello locale. La scienza ci permette di agire localmente, avendo allo stesso tempo in mente il quadro generale. Questo non vuol dire che non dobbiamo perseguire l’obiettivo degli accordi internazionali, specialmente con riguardo ai sussidi, ai network di aree marine protette, alla pesca in acque lontane e alle quote suddivise tra nazioni: è fondamentale però tenere a mente che stabilire dei target internazionali di conservazione molto ambiziosi potrebbe in qualche caso distorcere l’attenzione della comunità dalle misure più urgenti, e soprattutto ricordarsi che quegli stessi target possono essere migliorati a livello locale.

Ringrazio ancora una volta il professor Daniel Pauly, augurandogli di continuare a stimolare la conoscenza e la coscienza della comunità mondiale come ha saputo fare fino ad ora, e soprattutto augurando a tutti noi di riuscire a provocare un cambiamento nelle politiche governative riguardanti la sovrapesca, tramite la pressione popolare ma anche e soprattutto tramite le abitudini di acquisto ed il rapporto con il cibo. Come ha scritto Jonathan Safran Foer, l’alimentazione prima di essere un fatto personale è un fatto sociale e culturale, qualcosa che ci dice quello che siamo e dove vogliamo andare, come ci rapportiamo con l’ambiente, con il mercato mondiale, con gli altri popoli e con gli altri esseri viventi. Sentire l’interconnessione tra ognuno di questi aspetti mentre ci troviamo davanti al nostro pranzo può sembrare strano, ma è oggi più che mai un dovere morale che riguarda tutti, vegetariani e non. Riguarda il nostro futuro e il futuro del pianeta, oltre che la nostra dieta.

Dario PiselliCoordinatore

(Post tratto da dpiselli.wordpress.com)

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P.S. Come nel post precedente, rimando quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di pesce al progetto Fish2Fork.

Pubblicazioni utili del Professor Pauly:

Declining Catches Reason of Pessimism over Declining Stocks – Taipei Times, 10/07/2003

Assessing Progress Towards Global Marine Protection Targets – Fauna & Flora International, 2008

A Bottom-up Re-estimation of Global Fisheries Subsidies – Springer Science, Agosto 2010

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