Pesce e povertà: ultima parte

Con le due parti precedenti di Pesce e Povertà, ho voluto fornire un quadro necessariamente generale, che fosse però anche sufficiente a capire le dinamiche che uniscono biodiversità e sviluppo sociale, della situazione africana. Tuttavia, questa terza ed ultima parte dell’analisi mi appare imprescindibile per completare il discorso: si tratta di andare a vedere nel dettaglio gli effetti della politica europea degli accordi di partenariato sui paesi che si sono lasciati convincere a stipularli. Al momento, sono vigenti dodici FPA con nazioni africane (mentre uno riguarda la Groenlandia). Secondo il sito ufficiale della Commissione Europea, che non è aggiornato, la maggior parte di questi protocolli sono scaduti nell’ultimo anno, ma basta fare una ricerca tra la legislazione comunitaria per trovare i documenti dei rinnovi. Sono infatti stati ridiscusse le intese con Mozambico, Capo Verde, Isole Comore, Seychelles, São Tomé and Príncipe e Marocco, mentre per quella con il Gabon le trattative sono ancora in corso. Rimangono nel frattempo in vigore gli accordi con Costa d’Avorio, Guinea Bissau e Madagascar. Andrò ad esaminarne gli effetti.

Prima di iniziare, però, credo che ci siano tre argomenti collaterali che vale la pena menzionare, vista la loro relazione abbastanza stretta con il tema di ‘Pesce e povertà’; pur evitandone un esame approfondito, per ragioni di spazio, spero di fornire alcuni spunti di riflessione ed incoraggiare all’approfondimento, in attesa magari di un mio intervento sul blog. Il primo riguarda la reazione dell’Unione Europea al declino degli stock ittici in Africa: lungi dal prendere definitivamente una posizione contro l’overfishing, eliminando i lauti sussidi indiretti che elargisce periodicamente alla sua flotta e combattendo la lobby della pesca, essa ha ridotto in minima parte le quote di cattura consentite negli accordi più recenti, però allo stesso tempo ha stipulato FPA con paesi lontanissimi, gli unici le cui acque siano ancora sottosfruttate secondo la FAO¹, per aprire un intero nuovo mondo ai grandi motopescherecci francesi e spagnoli, gli unici a potersi permettere di gettare le reti alle profondità del Pacifico Occidentale: tali paesi sono Isole Salomone, Kiribati e Micronesia. Il secondo concerne la totale mancanza di controlli (e probabilmente la connivenza degli Stati membri) sulla pesca illegale che approfitta delle crisi politiche interne per depredare i mari delle nazioni più povere; è il caso della Somalia, che da cinquanta anni vede alternarsi dittature, signori della guerra ed emergenze umanitarie, e che non può perciò permettersi un controllo sulle proprie risorse naturali (secondo molti esperti, la recente esplosione di casi di pirateria al largo delle coste della Somalia è dovuta proprio al crollo degli stock ittici causato dall’overfishing europeo, che ha mandato il frantumi le vite delle comunità di pescatori locali²), ma anche della Libia, all’interno della cui EEZ sono stati recentemente riportati episodi di pesca illegale del tonno rosso e rispetto alla quale si sono addirittura ipotizzati patti segreti con l’Italia per lo sfruttamento della stessa specie³. Infine, non dobbiamo dimenticarci che parlare di biodiversità acquatica vuol dire essere attenti anche allo sfruttamento di fiumi e laghi, attenzione più che mai necessaria in Africa, nonchè alle problematiche connesse all’itticoltura (risorsa contro l’overfishing per alcuni, pratica eticamente e ecologicamente dannosa per altri, tra cui il sottoscritto): spero di dedicare il prima possibile un intervento al primo argomento, ma anche di concludere a breve un’intervista con un esperto di allevamento per dedicarmi anche a questa seconda tematica. Comunque sia, se volete alcune informazioni su come inquinamento, cambiamenti climatici, introduzione di specie alloctone e sovrapesca stiano danneggiando i grandi laghi africani, vi consiglio i riferimenti che troverete in fondo a questo post.

L’ICCAT e il declino degli stock

Torniamo adesso alla materia centrale del nostro esame. Uno degli strumenti che dovrebbero essere utilizzati all’interno degli accordi di partenariato (anche se non in tutti) per consentire uno sfruttamento sostenibile degli stock ittici consiste nella definizione di quote massime di cattura per le singole specie; questa misura ha iniziato a rendersi necessaria quando si è capito che ci si trovava davanti ad un drammatico declino della fauna ittica, dovuto al libero utilizzo delle zone di pesca prima, ai protocolli firmati dalle nazioni ex coloniali dopo il 1976 e infine ai fisheries partnership agreements. Purtroppo, è opinione comune che tali quote debbano essere decise annualmente con riguardo alle raccomandazioni delle commissioni (per l’Atlantico, si tratta soprattutto dell’ICCAT) convenzionalmente preposte a definire il massimo prelievo sostenibile (Maximum Sustainable Yield), le quali, essendo di fatto schiave delle lobbies dell’industria ittica europea, sono solite ignorare i consigli degli scienziati (ironicamente, ci si riferisce all’ICCAT come International Conspiracy to Catch All Tunas). Di fronte al vertiginoso declino degli stock di tonno rosso, ad esempio, negli anni scorsi si sono spesso alzate le quote quando già risultava evidente che la specie era sull’orlo del collasso biologico (ma non si potrebbe pretendere altrimenti pensando che i membri di queste istituzioni sono delegati governativi di Stati africani ed europei che hanno alternativamente interesse a incassare i finanziamenti o a importare prodotti ittici). Fino a qui, la cornice generale, già preoccupante di per sé per la pericolosissima connivenza tra chi stabilisce le regole e chi le viola. Come se non bastasse, però, va detto che anche i modesti limiti suggeriti vengono puntualmente disattesi dall’UE, in una sorta di doppio salto mortale verso la fine della biodiversità marina. Il caso del tonno pinne gialle (Thunnus albacares) dell’Atlantico è emblematico: l’ICCAT ne fissa il MSY tra le 130 mila e le 145 mila tonnellate all’anno, quando già i dati indicano una diminuzione delle catture, indicativa del cattivo stato di salute della specie, alle 108mila tonnellate4, fingendo oltretutto di ignorare che sarebbe doveroso chiedere un rispetto del Replacement Yield, ovvero del vincolo più stringente che si rifà non al massimo sfruttamento sostenibile, bensì al massimo prelievo sicuro per evitare una diminuzione della biomassa. Se si pensa che la pesca illegale potrebbe addirittura raddoppiare il volume delle catture (il che appare plausibile considerando che solo l’Italia consuma annualmente 140mila tonnellate di tonno in scatola, il quale prevalentemente -salvo imbrogli- è proprio Thunnus albacares), ci si rende conto che il limite viene sbriciolato alla prova dei fatti: ulteriore prova ne sia il rivolgersi alle acque dell’Oceano Indiano per aggirare la crisi e rispondere a una crescente domanda di mercato. In risposta, il tonno pinne gialle è entrato recentemente nella lista rossa della IUCN, al livello “quasi minacciato”: poichè ci si riferisce ad un alimento tra i più comuni al mondo, il segno è assai preoccupante. Stesso destino (ma situazione peggiore) è riservato alle altre specie di tonno soggette alla pesca europea nell’ Atlantico: il tonno obeso (Thunnus obesus), classificato come ‘vulnerabile’, il Thunnus maccoyii, come ‘rischio a livello critico’, il Thunnus alalunga, come ‘quasi minacciato’5; tutti questi stock sono sottoposti dall’ICCAT a quote di cattura che non ne garantiscono un giusto tasso di riproduzione, e che se anche in astratto lo facessero non avrebbero una reale possibilità di essere accertate, nè tantomeno fatte valere, poichè non sono vincolanti. La conseguenza è che l’Unione Europea può tranquillamente derogarvi negli FPA, giustificandosi con la scarsità di conoscenze scientifiche sulla reale consistenza delle popolazioni. Al disastro del MSY, va poi aggiunto quello dell’effettiva calata delle reti: nella seconda parte di questa analisi ho infatti ricordato come un grosso danno alle comunità dell’Africa occidentale sia arrecato dalla situazione drammatica dei pesci demersali (cernie, merluzzi, pagelli), vittime collaterali della stessa pesca del tonno cui si è appena accennato, insieme a quella dei gamberi. In merito, si rivela disarmante un rapporto della FAO, redatto nel 2005, nel quale si afferma che ‘diciotto degli stock ittici demersali esaminati sono alternativamente completamente sfruttati oppure sovrasfruttati: tra questi, la cernia bianca, pescata principalmente in Senegal, Gambia, Mauritania, risulta praticamente estinta’. Allo stesso modo, l’alaccia (specie pelagica) e il gamberetto, entrambi tra i principali alimenti della regione, appaiono soggetti ad overfishing. Pienamente sfruttati sono poi il merluzzo e tre cefalopodi quali il polpo comune, la Sepia officinalis ed il calamaro, nonchè varie specie di aragosta e di granchi; dubbi sussistono infine sullo status di sardine e sgombri, la cui biomassa si rivela molto instabile6. Giunti a questo punto, mettendo insieme il discorso sulle quote di cattura del tonno e quello sullo sfruttamento delle specie ‘collaterali’, sarà più facile comprendere la falsità dell’affermazione tipica europea per cui la nostra flotta non toccherebbe gli stessi pesci che vengono consumati sul mercato locale, ed anzi si batterebbe per la tutela di entrambe le riserve.

Il Senegal e gli altri

Per averne la conferma, basterà guardare agli accordi di partenariato nel loro contenuto e nei loro effetti, ed in particolare a quei protocolli che adesso non sono più in vigore, perchè infine rigettati dagli Stati africani che li avevano accettati. Qui, ancora più che nei paesi ancora soggetti agli FPA, sono evidenti i segni naturali, ma anche sociali, dell’overfishing. Il caso che viene solitamente portato ad esempio è quello del Senegal, il quale dal 1980 al 2006 ha rinnovato puntualmente gli impegni presi, ed è tragico per più motivi. Il primo risiede nel fatto che questo paese, a differenza degli altri Stati della regione, ha negli anni accumulato una flotta da pesca battente bandiera nazionale di tipo industriale, che può raggiungere anche 50mila tonnellate di catture annue, alla quale si deve aggiungere una sterminata flotta artigianale (più di 300mila tonnellate di media)7. Tale circostanza, dovuta ai flussi migratori derivanti dalla siccità che nei decenni passati ha colpito ininterrottamente le regioni interne, stride violentemente con il presupposto sancito dalla Convenzione UNCLOS per la stipulazione di accordi di pesca: infatti, solo qualora un paese non avesse le risorse per servirsi adeguatamente delle proprie risorse ittiche, dovrebbe poter garantire diritti di pesca a Stati esteri. La conseguenza è la competizione spietata che ha depredato i fondali, e che ha colpito soprattutto il settore artigianale. Il numero di piroghe in Senegal si è infatti dimezzato dal 1997 al 20057, passando da 10mila a 5mila unità, con conseguenze devastanti sul piano sociale, quali insicurezza alimentare, disoccupazione e soprattutto crescente emigrazione verso l’Europa ed altri paesi africani. Qui i pescatori ormai senza lavoro possono trovarsi nella doppia veste di emigranti e ‘scafisti’, e servirsi delle loro stesse piccole imbarcazioni per viaggi oceanici verso la Spagna e il Mediterraneo8. Allo stesso tempo, però, gli effetti dell’overfishing sono stati avvertiti anche dalla flotta industriale: le catture sono crollate dalle 94mila tonnellate del 1994 alle 45mila del 2005; molte compagnie hanno chiuso, e quelle che rimangono lavorano al 50% delle proprie possibilità; le esportazioni del settore sono crollate del 32% negli ultimi quindici anni; gli impianti di trasformazione sono passati da 7 a 1; il 50-60% dei dipendenti è stato mandato a casa7. Il secondo motivo che ha spinto il Senegal sull’orlo del baratro riguarda il contenuto stesso dei vecchi accordi: come avevo accennato in precedenza, essi non prevedevano quote massime di cattura, ma solo un tonnellaggio massimo della flotta estera, unico requisito alla concessione della licenza, e non erano inoltre rivolti alla sola pesca del tonno, bensì a molte specie di facile commercializzazione in Europa, con l’unico obbligo per i pescherecci costieri di sbarcare parte del pescato per la trasformazione in Senegal, invece di esportarlo direttamente nel vecchio continente. Il terzo motivo ha infine a che fare con la mancanza di regolamentazione successiva alla cessazione di validità degli FPA: lungi dal rappresentare la fine delle attività europee nelle acque del Senegal, essa ha infatti consentito la formazione di joint venture a capitale misto, richiedendo come unico requisito che il 51% delle compagnie così nate appartenesse ad investitori senegalesi7. Ovviamente, di questo requisito viene fatta illegalmente carta straccia, con la conseguente diffusione di quel processo che i locali chiamano ‘senegalizzazione’ dei pescherecci europei (su 94 joint venture nel 2008, solo 15 sarebbero davvero guidate da locali), e che consente a queste imbarcazioni di usufruire di normative meno stringenti, continuando contemporaneamente a sfruttare le acque adesso teoricamente loro precluse: non è necessario avere osservatori a bordo, e non si deve scaricare parte del pesce in Senegal. Come amaramente riporta Charles Clover nel suo Allarme Pesce, ‘c’è gente che un giorno ha dei problemi a comprarsi un paio di calzoni, e il giorno dopo si ritrova proprietaria di quattro pescherecci a strascico‘. La fine degli accordi non ha significato, in questo paese, un reale cambiamento: da una parte, la presenza di una flotta interna comunque ampia richiede che vi siano applicate le limitazioni necessarie, dall’altra l’esportazione del pescato verso l’Europa rappresenta ancora una primaria fonte di ricchezza che, se genera introiti per poche persone, perpetua il circolo della malnutrizione nella stragrande maggioranza degli abitanti.

Lo stesso ragionamento relativo al Senegal può essere fatto per gli altri accordi non più in vigore, che pure riguardavano paesi con una flotta propria non altrettanto sviluppata, quali l’Angola, il Gambia, la Guinea Equatoriale e le isole Mauritius (mentre il protocollo firmato con la Repubblica di Guinea è stato stracciato nel 2009 dall’Unione Europea in seguito alla repressione di alcune proteste di piazza da parte del governo locale): il loro comune denominatore consisteva anche qui nella mancanza di un tetto vincolante alle catture. Per l’Angola, il limite si riferiva alla pesca di gamberi e gamberetti, ma in violazione dello stesso non erano previste sanzioni di alcun tipo; il Gambia invece poneva il pagamento dovuto dalle navi tonniere in relazione con l’effettivo risultato raggiunto dalle stesse, senza quote fisse di cattura; in Guinea Equatoriale e alle Mauritius infine, si stabiliva un vincolo oltre il quale semplicemente l’Unione Europea avrebbe dovuto pagare di più (con i soldi dei contribuenti e non dei pescatori). Inoltre, in tutti e quattro i casi (ma è una prassi di tali accordi) si limitava fortemente il potere degli osservatori, ai quali veniva consentito di salire a bordo solo per il tempo necessario alla misurazione delle catture, ed in ogni caso mai per più di una battuta di pesca; senza dimenticare ovviamente i casi (più che frequenti) di corruzione. Inutile dire che i risultati sono stati i medesimi sopra evidenziati.

In conclusione, quello che attende i paesi ancora sottoposti agli accordi di partenariato appare noto. Meno evidente, ma comunque fondamentale, è capire che anche la loro fine non significa automaticamente benessere per le popolazioni locali. La Namibia, ad esempio, dalla sua indipendenza nel 1992 ha espulso le imbarcazioni straniere dalle proprie acque territoriali, consentendo un ripopolamento degli stock in crisi, ma la flotta di cui dispone è comunque composta da joint venture di dubbia nazionalità, il che lascia intendere quanto sia difficile difendere la sicurezza alimentare dell’Africa. Se a tale mancanza di trasparenza del settore aggiungiamo poi il dramma della pesca IUU ed i trattati commerciali, grazie ai quali l’Europa si riappropria tramite l’importazione di ciò che senza i diritti di pesca non può più ottenere, possiamo farci un idea di come il colonialismo non sia mai davvero finito.

Dario Piselli, Coordinatore

(Post tratto da dpiselli.wordpress.com)

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¹ FAOThe State of World Fisheries and Aquaculture, 2010

² Robyn Curnow, Is Illegal Fishing to Blame for Somali Pirates? (CNN, 25.08.2011)

³ Richard Black, Tuna Fished ‘illegally’ during Libya Conflict (BBC, 07.11.2011)

4 ICCAT, Yellowfin Tuna Stock Assessment, 2008

IUCN, Red List of Threatened Species

FAO, Review of the State of World Marine Fishery Resources, 2005

7 ActionAid, SelFISH Europe Report, 2008

Focus Migration Profile: Senegal 

Altri riferimenti utili

Charles Clover, Allarme Pesce (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

Paul-Tijs Goldschmidt, Darwin’s Dreampond: Drama on Lake Victoria (MIT Press, 1996)

George Monbiot, Mutually Assured Depletion (The Guardian, 09.08.2011)

Per i testi degli accordi di pesca

http://ec.europa.eu/fisheries/cfp/international/agreements/index_en.htm

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